Woody & Barack & Woody
Frammenti, fino ad oggi.
Woodrow Wilson non passerà mai alla storia come il Presidente Vandalo, ma sarebbe molto divertente ricordarlo così. Su un tavolo della John Hopkins University, ci sono incise le sue iniziali. Forse si annoiava, forse stava pensando che il legno è un buon materiale per dire le cose, quando sei dislessico.

E’ molto probabile che venga ricordato con più autorevolezza, per essere stato l’unico presidente americano con un dottorato di ricerca e il secondo a beccarsi un nobel per la pace. Un commento ingeneroso verrebe fuori dal mucchio di scartoffie: quei trattati per cui fu premiato, sono gli stessi che resero la Germania un campo facile da concimare con lo sterco del nazionalsocialismo.
Mark Twain raccoglie il corpicino smunto del generale Lee. Lo tiene tra le braccia, gli toglie la polvere dall’uniforme. Cinque foglie d’argento, per ricordare quello che hai fatto. Twain, malvagio, maledicente, gli mostra la nazione, le lunghe file di confederati. Tornano a casa, incarogniti dalla sconfitta. Guarda, linceranno. Guarda, proclameranno i diritti degli Stati. Il diritto di tagliare i coglioni ai negri. Il diritto di non pagare le sozze tasse al nord. Nascita di una nazione.
Woodrow tirò le sue waspissime cuoia nel 1924, non prima di essersi beccato un ictus, che lo rese anche il “il più grave caso di inabilità presidenziale” della storia americana. Re George II, battuto sul filo di lana della biologia, si mangia il cappello in Texas. Pensava che il titolo fosse suo.
Fitzgerald si tira su la manica e si fa una pera di inchiostro. L’inchiostro cola sulla pagina, mentre Zelda diventa un pò più pazza. Rotolare su enorme piano inclinato. Verso la perdita di innocenza, verso il dust blow, verso i voli giù degli indici. La borsa giù, tu giù di sotto. Sghignazzano di notte. Si sbertucciano negli angoli bui. Guarda tutto quello che abbiamo, alla malora. Guarda come rotoliamo. In fondo c’è luce. E’ un bagliore di morte, è un bagliore di guerra. Sei sicuro di aver annotato tutto? Sì, è sui miei taccuini. Quando la nostra vita non ci sarà più, quando i party saranno finiti, quando sarà finito il jazz, le righe ci racconteranno la nostra vita. I denti bianchi di notte, folle, con un lenzuolo in testa, come un fantasma. Saremo tutti morti, saremo tutti morti, saremo tutti morti. Comunque.
Ad Okemah, Oklahoma, nel 1912, nacque Woodrow Wilson Guthrie, in arte, Woody. Si chiamava così in onore del Presidente. Suo padre cavava dalla terra il petrolio, con profitto. Nella maggior parte dei casi, una nascita così fortunata, non spinge un tizio a diventare un vagabondo, menestrello & inventore del talkin blues, nume tutelare di Bob Dylan, e…
Capezzale. Quando la morte ti chiamerà… Giovane Bob, cambia nome, attraversa gli Stati dell’Incoscenza. Giungi fino al suo letto, conosci il maestro morente. Mettigli la tua mano nelle sue mani. Tormentalo con le tue canzoni. Corea di Hintington, non lascia speranza. Morirò sgambettando, ragazzo. Vuoi sentire la mia canzone? Sembra una mia canzone. Fammi sentire la tua canzone. (suona la chitarra e cantilena) E’ una canzone molto bella. Non voglio che muori. Sto morendo, e il mio vero figlio verrà a mettermi su una pellicola, dentro un film. E tu che sei il mio secondo figlio, porterai la mia voce. E io sarò morto, è così che va. Se morirai e io canterò come te, per un pò, soffriro molto di più e molto di meno. Sai ragazzo, me ne sono andato perchè la mia famiglia è morta. Tu? Io me ne sono andato perchè la mia stava uccidendo me.
Il petrolio finì, e tra esplosioni di stufe ed incendi, Woody si ritrovò con la famiglia, prima impoverita, poi sulla strada, e poi morta. Rimasto solo, divenne qualcuno, rimanendo tra i tanti. Pagò sempre i conti in monetine segnate dai graffi, durante la seconda guerra mondiale naufragò un paio di volte. Tornato in America, ed essendo nel frattempo iniziata la caccia alle streghe del senatore MacCharty, ebbe la vita dura, fino a quando l’eredità familiare non gli regalò la Corea di Huntington, malattia degenerativa, ed inevitabilmente mortale.
Sei nato in mezzo al petrolio e al grano. Grosse conifere. Passano gli operai. Tra dieci anni saranno vagabondi, tra venti, tutti morti. Sei bambino. Il mare come è fatto? Che cosa è un’isola, mamma? Zitto, e ama la Confederazione, ma non dirlo in giro. Mamma… I siluri nella pancia! I siluri nella pancia! Per due volte, per la prima volta, per la seconda volta. L’acqua salata di Ulisse? Who the fuck is Ulysses? I dunno. Nuota. Sennò muori. Quella che cosa è? E’ un’isola. Si chiama Sicilia.
Woody attraversò gli Stati Uniti, attraversò lo spazio-tempo. Lo fece a piedi, dimessamente. Nacque quando la Guerra Mondiale era un concetto astratto, e la produzione in serie di Ford Modello T era in fasce. Fu giovane adulto con la spiga di grano in bocca, un personaggio di Mark Twain in salsa folk. Morì mentre Neil Armstrong si sottoponeva ai test che lo avrebbero portato ad essere idoneo per camminare sulla Luna. Nacque quando il petrolio si cavava dalla terra quasi a mano, e morì quando dalla tecnologia sviluppata per trovarlo, nascevano i primi computer. Nel mezzo, suonò la chitarra, portando in giro una novità sensazionale, il socialismo. Suonò per la moltitudine di morti di fame, per i pezzenti, i diseredati, i lavoratori. Era quella parte di america cara, con Furore, a John Steinbeck. Suonò per quella parte di America più intimamente americana, più intimamente pervasa, e dunque prigioniera, dall’american dream.
Ci sono molte “due facce dell’America”. Uno di questi dualismi, sta fissato sulla Costituzione. Per alcuni, il verso è quello che preserva, per ognuno, il diritto a ricercare la felicità. Ad altri, righe più sotto, è consentito di poterlo fare con un’arma in pugno. God Bless America, è per questi ultimi. Per i primi (o forse, per gli ultimi assoluti) c’è This Land Is Our Land. L’ha scritta Woody, un giorno che era irritato dalla retorica di un inno che si sarebbe dimostrato perfetto per aprire la lenta agonia di un match di baseball.
A grandi falcate, alla ricerca delle coincidenze.
Quando a Washington si celebrò la vittoria di Barak Obama, ormai circa otto mesi fa, i democrats scelsero di fare una gigantesca manifestazione. Ovviamente c’era della musica. Mentre Bruce Springsteen spargeva sonicamente il suo testosterone su milioni di persone, accade qualcosa. Un vecchio rinsecchito, con lunghi capelli bianchi, cantò una vecchia canzone folk. Naturalmente era This Land Is Our Land. Molto meno naturalmente, a causa dell’età, ad eseguirla fu Bob Seeger, un altro rammendato pezzo della storia della canzone popolare americana. Ma Bob fece le cose in una maniera che neanche Woody, suo vecchio mentore ed amico, aveva osato fare. La risposta come sempre, sta nelle parole:
« Nelle piazze della città, all’ombra del campanile / all’ufficio di collocamento, avrei visto la mia gente. / Mentre stavano là affamate, io mi domandavo / se questo paese fosse fatto per te e per me / Mentre camminavo vidi un cartello laggiù; / E il cartello, diceva, “Non oltrepassare” / Ma dall’altro lato [del cartello], non c’era scritto nulla / Quel lato è stato fatto per te e per me. »
Fw >> / l’intreccio si infittisce? /
Negli ultimi tre versi, la caduta del dogma della proprietà privata, espressa con una tale semplicità, con una tale nettezza, che neanche il suo stesso autore riusciva a sostenere, autocensurandosi per i resto dell’esistenza, dopo aver scritto quelle parole. Finchè non giunse lo scacco vincente del Re Nero, che ha reso ogni sogno (apparentemente) possibile.
Con il ritorno del sogno, dell’utopia, sono tornate in America anche le streghe e gli spauracchi, una Salem post moderna, che si nutre di cortei di ultra-americani pronti a chiamare Mr Obama Barack socialista! e nazista! al contempo. Una nazione di provincia, pronta a battersi con violenza, affinchè non le venga negato mai il diritto di morire senza cure mediche garantite dallo Stato. L0 sosteneva Wilson, il principio di autodeterminazione dei popoli. E ci sono interi stati, in America, che con forza sostengono di non voler un minimo sindacale di cure, in causa di malattie. Rivendicano il diritto, oltre che di morire, di farlo impoverendo i propri cari il più possibile. I soldi, finchè non servono per altro, vanno spesi per il pickup. O per l’arma da fuoco, e poco importa, se la mobile frontier sia completamente putrefatta.

Obama, che è cresciuto alle Hawaii, da un’altra parte (away!) e che ha conosciuto l’america del trial for a new culture di Chicago, tira dritto, e incassa un nobel precoce, velocissimo, così estemporaneo che il primo commento della Casa Bianca, il primo commento ufficiale, alla NBC, è stato un
WOW!
pronunciato nel rincoglionimento del sonno breve dal portavoce Robert Gibbs. Poteva essere un cinguettio su twitter, o lo stato di facebook. E’ stata una telefonata, alla maniera dei giovani adulti. Più tardi Obama avrebbe detto semplicemente
“Non sono sicuro di meritarlo”
E solo un senso di ingenua congratulazione, da una parte, e di altero cinismo, dall’altra, ci impedisce di accostare questa stringa, al ributtante stornello che su youtube vuole proporre una alta carica de noialtri, per lo stesso riconoscimento, in barba all’antica regola dei galantuomini: certe cose, devono essere gli altri, a dirtele, a dartele.
Ed un cerchio, perlina-coincidenza-perlina, si chiude qui.
Lù.
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- Pubblicato:
- ottobre 9, 2009 / 4:43 pm
- Categoria:
- Colophon


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