In Salutorget Episodio 1.0 Os Mutantes
Quello che segue è un quasi racconto. Manca la trama.
È stato scritto con uno smart phone che, in quanto smart, si è sentito in dovere di modificare un buon numero di parole a suo piacimento. Le ho lasciate così, per due ragioni.
La prima è che, tristemente, al momento di rileggere non ricordavo più cosa volessi scrivere.
La seconda, è che ho voluto lasciare che questo flusso fosse il risultato esplicito dell’interazione uomo-macchina. Un ibrido che rappresentasse la via mediata d’interpretazione del mondo. È il filtro che scavalca l’interpretante e dà la propria visione delle cose e se questa visione pare illogica, è semplicemente colpa nostra che non siamo abbastanza smart da capirla.
Walwian dovrebbe parlare di musica: “Peach, Plum, Pear” di Joanna Newsom. E poi qualunque cosa degli Os Mutantes.

Salutorget è un posto reale, che esiste e che è abitato da quelle stesse creature di cui parlo. Sembrano schive e burbere, ammantate di tristezza. Sono solo timide. Per incontrarle, basta volerlo fare.

Con il cellofan attorno al cervello. Vergini che fanno capriole tra le betulle urbane. Germogli di freddo e sudore tra i brividi. L’uomo con le palle marce che ciondola nella strada laterale si lecca le abrasioni con una lingua felina. La tiene con due dita, avvolta in un pezzo di carta da macellaio. È carta oleosa, con dei chiassosi decori ortodossi.
Cade polvere d’oro dalle nuvole. Le ombre di edifici trasparenti si allungano sui crisantemi di Salutorget. Il passo lungo dei neonati dentro i loro abitini rosa e blu da parata. In testa il generale neonato, con il ciuccio del comando. Da grande avrà i denti storti e da vecchio non ne avrà più del tutto. Ma a chi importa? Forse i vecchi non esistono. Lo stavano dicendo nel video giornale del mattino. “i vecchi non esistono. Scoperto il segreto della dominazione gradevole”. Io certe volte il video giornale non lo capisco. Cioè, io non lo capisco spesso, molto spesso. È che sono distratto dal grande caldo del paese di freno. L’odore dei crisantemi mi strappa le narici. Vedo auto sportive che si muovono in una lenta e fumosa processione. Auto americane, con grossi cofani aerografati e fari luminosamente accesi. Qualche volta mi fanno piangere, quando ne stringo una al petto e mi ferisce con gli speroni.
La luce è spesso viola, qui a Salutorget. È così e basta e, noi che moriamo qui, abbiamo smesso di farci domande.
Non sapete quanto sia difficile. È quando muori che ti vengono le domande. Le domande a cui non sai rispondere e a cui non sanno rispondere quelli con la faccia appesa sopra le tue spoglie. Le spoglie rivestite meglio di quanto non avessi mai fatto in vita. L’ho scritto, o meglio l’ho dettato al vento, che quando il macinino a tim tum che ho sepolto sotto le ribs smette di tum tumtare, di lasciarmi nudo come sono e di non provarci neanche a mettermi quelle cose nere da morto addosso. Lo so che i morti sono tutti uguali, soprattutto dopo un po’, ma fidatevi che dite e credete a una cazzata. I morti non sono tutti uguali. Certi mi fanno piangere, certi mi lasciano indifferente, anche se proprio indifferente non riesco a esserlo mai. C’entra sempre il nero vuoto al di là del tum tum. Conosco un pacco di bifolchi che hanno chiesto, prima di spegnere il macinino, “dove minchia sto andando?”. Ebbene, nessuna cazzo di risposta zero niente di niente e il macinino si spegne e tanti saluti. E poi li vedi, ogni volta, con le stesse facce appese che gli augurano buon viaggio. Ma per dove? Gli chiedo. Appendono le facce alla mia domanda e allora la domanda crolla e non significa più un cazzo di niente manco quella.
Salutorget è un posto pieno di gente che vive nelle stanze buie a menarsi le proprie fave marce. Non ci sono donne qui, un tempo c’erano madri ma adesso sono tutte morte. Siamo soli con i nostri pezzi di carne che si putrefà. Sogniamo un hobby e invece ci fabbrichiamo occhiaie accostati a spiragli di polvere e scorza di limone e bucce di cedro e banana e zum.
Ho gli stessi orari di un borseggiatore. Del borseggiatore, con la camicia a righe e la faccia di uno che non dorme da settimane o che pure se dorme ha un faro, un proiettore, puntato sulla faccia che gli scava gli zigomi e gli fa le buche nelle gote. Ha un accendino nella mano destra, la camicia a righe vivaci, non la mise che ti aspetteresti da uno che di mestiere fa quello che ruba. In effetti non deve essere proprio un fenomeno perché le gote mi sembrano scavate troppo a fondo per esser solo colpa della luce. Direi che la fame c’entra qualcosa.
Le ombre delle persone si allungano tra i crisantemi. A quest’ora sembrano tutte minacciose e incombenti, sproporzionate e silenziose. La luce è stranamente vellutata e calda, come una coperta pesante si distende su tutto e lo zittisce. Chi passa prende a calci un braccialetto di metallo buttato a terra. A Salutorget ci fa così schifo la gente che nessuno si sognerebbe mai di raccoglierlo se non provvisto di guanti. Eppure, continuiamo a scambiarci effusioni e a lustrarci i sessi putrefatti a vicenda, ci regaliamo vizi senza virtù. Mirabili esecutori di passi di danza a cascata e a casquet. Ci regaliamo risate ubriache di disperazione e di denti cariati e di aliti fetidi. Qui ogni cosa ha l’odore rancido della vodka di altissima qualità che ci infiliamo in corpo. Ce la spalmiamo addosso, e la lasciamo respirare alla pelle. Nonostante qui si abbia l’abitudine di tenere accesa l’aria condizionata anche all’aperto, se ci spalmiamo la vodka addosso ci possiamo sentire tutti molto pii eccitati e tremendamente sob. Siamo tutti bianchi sotto lo strato di sporco che ci incrosta la pelle, ma nessuno lo sa e nessuno se lo ricorda più. Ormai ci siamo convinti che la storia dell’essere bianco assomiglia a una leggenda del cazzo.
E allora, è proprio nei giorni come questi che vorrei nascondermi dentro una scatola. Buttarla giù nel fondo, immergerla nell’oceano, e poi piangere, mentre l’acqua spinge intorno e il boato della notte abissale si confonde con il sapore delle lacrime.
“Mi pento, chiedo perdono, vorrei sparire. Nel mare, profondissimo e buio. Vorrei solo nascondermi e non lasciarmi trovare, mai più. Mai più. Via. Lontano, nel buco”.
Qui a Salutorget piovono gli aghi di Pino, il sarto del cielo. Si conficcano nella pelle e, se sei fortunato, ti fanno passare i reumatismi. Se non sei fortunato, te li fanno venire. Qui a Salutorget vorremmo tutti nasconderci per non emergere e anche, solo pochi però, per salvarsi dai reumatismi (tutti gli altri già ce li hanno e quindi sperano di farsi prendere).
Adesso, dietro i crisantemi, dopo la luce calda e lì dove l’aria trema, il consiglio dovrebbe essere in riunione. Sta decidendo, così si dice, dell’ammissibilità della dignità tra le fronde degli alberi. Di solito ci si nasconde anche lì ed è pure un gran bel nascondiglio visto che nessuno, me compreso, se lo ricorda alla prima botta. La seconda e la terza botta. La quarta. Stesi tra i crisantemi di Salutorget a ubriacarsi di tulipani invisibili e navigando lungo spiritosi fiumi di porpora.
Il consiglio è quello che decide. Si nasconde tra le piante, e si circonda di corpi. Bisbiglia sconcezze e urla determinazione e bisbiglia porcherie e urla urli che assomigliano solo a quello che sono. La voce schiarita risuona opaca e la luce si attorciglia attorno ai consiglieri (giurerei siano bassi e grassi e non assomiglino neanche un po’ a noi di Salutorget, ma forse sono solo congetture). Si sentono i rintocchi del campanone consiliare, il megamicrofono ossimorico si schiarisce la voce prima di annunciare le decisioni.
“Che venga portata una donna in città”
Urla l’urlo del Megamicrofono ossimorico. Bene, risponde l’eco indipendente.
La vanno a rubare a Tegrotulas, la donna. Dicono ne sia piena, di donne.

Il consiglio dà le specifiche della preda, come avrebbe fatto per un frullatore di patate o per un trapanatore di Tic Tac. Per chi non lo sapesse, i Tic Tac sono grossi come brontosauri e sanno di mango. Vengono coltivati a nord, in un minuscolo campo al confine con la terra del nord a nord del nord. Le specifiche, le direttive. Il grande pugno del consiglio le scrive su un foglio di Giornale e le affida ai rubatori che, però, o non sanno leggere o sono diventati ciechi per essersi strizzati troppo tra la vita. Quando tornano non sai mai cosa hanno con loro. Può essere che abbiano preso la cosa giusta o che abbiano preso quella sbagliata o che l’abbiano presa alla persona sbagliata. Una volta sono riusciti a rapire il consiglio tutto intero. Qui a Salutorget si ha un gran rispetto per le istituzioni e quindi, invece di prenderlo a crisantemate come suggeriva il saggio agitatore, lo abbiamo spolverato e risistemato lì dove stava, oltre il campo e oltre la luce di velluto.
Comunque, di solito, i rubatori tornano e il consiglio si incazza e poi di solito gli passa e poi ci ripensa e poi chi lo sa. I rubatori, diventati crasi del loro mestiere originario, il ruba tori (prima ancora mungi tori, poi convertiti a ruba- a causa del rischio di estinzione cui veniva esposta la categoria) sono andati.
Bisogna aspettare. Poco, perché i rubatori sono veloci e deficienti.
Come noi, qui a Salutorget.

Adesso a Salutorget c’è una donna. Indossa abiti da ragazzina, jeans e maglie colorate e quelle scarpe da ginnastica col tacco che assomigliano a candidi ferri da stiro. Ha le dita di una mano tozze e rovinate. Le dita dell’altra lunghe e affusolate. Assomiglia a una ragazzina ma giurerei si tratti di una donna matura. Tiene nella mano tozza una busta azzurra, di carta patinata lucida, non troppo spessa, non troppo grande, non troppo piccola. Dentro c’è un ombrello non troppo grande e non troppo piccolo e c’è una parrucca di capelli rossi e c’è una faccia di silicone con le labbra disegnate da un rossetto scuro.
Da oggi, qui a Salutorget, l’unica donna che indossa le sue maschere, incontra gli uomini del consiglio tra i crisantemi. Tra l’olezzo dei sessi e quello sintetico del deodorante per ambienti che usiamo come diserbante. Non sapete quante sono le creature che stanno lì, appostate tra i petali minuti, per rubare una veduta dell’unica donna che indossa maschere di silicone e parrucche di capelli color sangue. Se ci si mette in ascolto arriva chiaro lo ciac ciac tipico della fabbricazione di occhiaie consiliari.
E questo è tutto quanto io abbia da dire a riguardo. Questa è la mia città e io muoio qui, ogni giorno un po’ di più. Tra i ciac ciac e i glu glu ip e i borseggiatori marci e le lingue di gatto in carta ortodossa. Sotto una luce di velvet e davanti a un campo di crisantemi mossi dal libeccio.
Fin.
Voce metallica e disinteressata: “Fin un cazzo” [Le zeta stridono nel vuoto, creando quindi un pieno sottile sottile che vibra vibra. Un po’].
Qui a Salutorget le teste parlano da dentro. ti rosicchiano il corpo calloso fino a che non sei più in grado di capire chi sei e cosa e perché e allora cedi e ti sposti, appollaiato su un petalo di un crisantemo. Alleluia, grideranno gli uomini prudenti mentre si grattano e si scorticano e si consumano la pelle sotto le unghie. E mentre cercano di setacciare il prudore e tirar fuori l’argento che ormai non è nemmeno più vivo. E allora cedi e continui e spieghi le cose e le chiarisci e le distilli e le prepari per l’inchiostro di ferro che le batte dentro la testa.
Voce metallica disinteressata: “Basta dire che continua nella prossima puntata”.
Bene. Tanto io sto qui a
Voce metallica disinteressata: “Salutorget. lo sanno già tutti e non frega niente a nessuno”.
Ops.
A poi,
M.
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- Pubblicato:
- settembre 19, 2009 / 11:41 pm
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- Tag:
- consiglio, os mutantes, salutorget




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